Elementari: l’educazione fisica diventa obbligatoria, ma mancano i soldi per i docenti e le palestre


I nostri bambini l’aspettavano da 66 anni, dalla «Riforma Moro» del 1958. A settembre la ginnastica è finalmente approdata nelle scuole elementari italiane, nell’unica nazione europea che non la prevedeva nell’età cruciale per la formazione fisica, quella tra i 6 e gli 11 anni. La media europea è di 75 ore per anno scolastico, con alcune differenze: si va dalle 45 ore della Bulgaria, alle 108 della Francia. Da quest’anno dunque la materia è obbligatoria non è più affidata alla buona volontà delle maestre o ad esperti esterni pagati dalle famiglie, e solo dove c’è la palestra. Ma fra il dire e il fare…

I soldi previsti non ci sono più

Nella bozza definitiva della Finanziaria dello scorso dicembre all’educazione fisica era destinati 29,1 milioni per l’anno 2022, 116 nel 2023, 169,49 nel 2024 e 171,94 milioni nel 2025.

Nel testo finale si legge: il denaro va trovato «al limite delle risorse finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente nonché di quelle di personale». Traduzione: arrangiatevi con quello che avete. Per andare avanti con poche risorse, Miur e Governo hanno deciso: si parte solo nelle 24.500 classi di quinta elementare. Delle quarte se ne parla l’anno prossimo, di terze, seconde e prime più avanti ancora. «Avremmo voluto trovare il denaro con la prossima Finanziaria - spiega la sottosegretaria Vezzali - ora il compito sarà affidato al nuovo governo: noi con questa iniziativa abbiamo infranto una barriera culturale». La barriera è prima di tutto economica e bisogna trovare scorciatoie per risparmiare: stando alla legge, le ore di educazione motoria alle elementari non dovranno essere per forza le due obbligatorie alle Medie o alle Superiori, ma «al massimo due» in modo da autorizzare i dirigenti scolastici a farne anche una sola.

Si parte senza concorso

La legge impone l’utilizzo di «insegnanti specializzati». Stop dal Consiglio di Stato ai diplomati Isef che non hanno integrato i loro studi con la laurea magistrale, via libera solo a chi ha studiato Scienze Motorie e vanta nel curriculum dei crediti di tipo pedagogico: insegnare ai bambini, dicono al Ministero, non è come farlo con adolescenti o giovani adulti. Ad aprile il Governo ha annunciato un concorso per abilitare oltre duemila insegnanti specializzati, ma il bando non è mai uscito, dei finanziamenti non c’è traccia e quindi i dirigenti dovranno pescare i 2.247 professori necessari per il 2022/2023 nelle graduatorie di quelli non di ruolo (diplomati Isef non specializzati compresi) o tra coloro assegnati al sostegno. Che già sono pochi.


Incastro di luoghi e orari

I problemi logistici non sono piccoli. Il primo è che nelle 15 mila classi italiane dove la campanella suona alle 14, la ginnastica si dovrà fare obbligatoriamente fuori dal tempo curriculare, prevedendo almeno un ritorno a scuola il pomeriggio con tutti i problemi di trasporto, mensa o sorveglianza dei bambini e senza la preziosa collaborazione della maestra. Le scuole che volessero inserirla al mattino dovranno comunque organizzare il rientro per completare l’orario. La decrescita demografica, poi, fa sì che in molte scuole elementari ci siano solo una o due quinte classi, questo significa che per arrivare alle 18 ore minime di lavoro che di norma un insegnante totalizza in un solo istituto, quello di motoria dovrà muoversi tra tanti plessi diversi. O comuni diversi, perché poi ci sono le 7.000 scuole definite «piccole» dal Miur, dove c’è una sola sezione, e le 1.400 «multiclasse» sparse nelle località più isolate. In queste classi 4ª e 5ª fanno lezione nella stessa aula, e per quest’anno dovranno essere separate nell’ora di ginnastica.


Due scuole su dieci hanno la palestra

La ginnastica, com’è noto, si fa in palestra. Secondo l’ultimo Rapporto Openpolis (su dati Istat, settembre 2020) soltanto il 40,8 per cento delle scuole italiane ha una palestra . Ma scendendo alle elementari la percentuale precipita: il 20,5% in Calabria, il 26,1% in Campania, il 31,8% in Umbria. Va meglio in Friuli-Venezia Giulia (57,8%), in Piemonte (51%). Se la cavano le grandi città come Torino, Firenze o Trieste, dove il 70% delle scuole ha una struttura, ma quando ci si sposta in periferia e in provincia la percentuale è di poco sopra lo zero.

Sono quindi gli uffici scolastici a dover contattare i Comuni per trovare degli spazi adeguati vicini alla scuola. Impresa complicata, anche perché poi bisogna attrezzarli.

Quanto arriva dal Pnrr

Stando all’ultimo rapporto di Cittadinanza Attiva, le palestre scolastiche non se la passano bene: il 37% presenta muffe, e infiltrazioni, più di una su quattro (28%) ha distacchi di intonaco. E la pulizia scarseggia: polvere (29%), sporcizia (25%) e cattivi odori (21%). Il governo sostiene di aver ben presente i problemi delle strutture sportive scolastiche e di averli tamponati con il nuovo Piano di Resilienza (2021) erogando 330 milioni di euro per rimettere a nuovo o in sicurezza gli impianti scolastici degradati, demolire quelli fatiscenti e costruirne di nuovi per un totale di almeno 230.400 metri quadrati. Un Piano sbilanciato verso quattro regioni del Sud (Campania, Sicilia, Basilicata, Calabria) dove la situazione delle infrastrutture è disastrosa. «A chiusura del bando – dichiara la ministra Vezzali - ci sono giunte richieste per oltre due miliardi e 800 mila euro»: una cifra nove volte superiore ai fondi disponibili.

Delle 95 richieste di finanziamento arrivate dal Lazio, ad esempio, ne sono state ammesse solo sei di cui tre con riserva, anche in Lombardia ne sono state finanziate soltanto sei su quasi 150. In conclusione l’ora di ginnastica finalmente è obbligatoria, ma le palestre solo per pochi. E poche quelle buone. E’ difficile che scuole, già costrette a chiedere ai genitori i soldi per la carta igienica, trovino il denaro per rifare l’impianto elettrico o il tetto pericolante di una palestra.


Per il Corriere della Sera Marco Bonarrigo e Milena Gabanelli





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